03 Aprile 2008

Elogio della pazzia (o del genio?)

Sapete, quando guardiamo alla nostra città, non dobbiamo fermarci al superficiale. Alla Mole Antonelliana (l'opera del peggiore abusivismo edilizio che la storia ricodi), o a Palazzo Reale, o a Palazzo Madama, agli esempi illustri. O, diciamo, i più famosi. Se guardiamo con occhi nuovi e interessati a ciò che ci sta attorno e che abbiamo imparato a considerare come abituale, e perciò a non farci più caso, possiamo scoprire nuove cose, e assai interessanti per giunta. Come l'opera di due pazzi, o oserei dire, due geni dimenticati. Più in ombra di Gabetti e Isola, e di altri nomi noti più o meno anche alle orecchie dei profani, Jaretti e Luzi meritano però appieno di ritornare in luce. Per la freschezza del pensiero e del linguaggio, per l'innovazione travolgente che hanno proposto neglli anni '60, per quelle piante che a guardarle una volta sembra che non abbiano senso, fatte di quadrati, rettangoli, disposti sfasati, in dentro, in fuori, mai allineati, quasi fosse una colpa, ma che poi a riguardarle acquistano senso, come tessere di un puzzle, e per quella totale corrispondenza tra interni e esterni, data dai volumi che rientrano o aggettano, tenuti assieme dai fascioni orizzontali dei balconi.





Uno degli esempi meglio riusciti, la casa su corso Casale, tutta proiettata verso il Po, come una cratura curiosa, in cui pieni, vuoti, pilastri e pilotis giocano armonicamente a comporre un pezzo di architettura irripetibile. Da guardare le piante, geniali in tutto, una scala che serve tre alloggi, e la soluzione dei chiostrini che scavano l'edificio per tutta la sua altezza e che consentono di non fare nè bagni nè corridoi ciechi, e che sbucano su una fontana per risolvere il problema della raccolta delle acque piovane, sopra un fantastico piano terra, una foresta di pilotis e di pilastri in mattoni, che mascherano i condotti degli scarichi. Azzeccata, infine, la scelta dell'irregolarità e del materiale, il tutto si fonde armonicamente con la luce bianca e serena di quella bella area che dà sul Po.



Ben venga la pazzia, quindi, ben venga il genio, la voglia di mettersi e mettere sempre in discussione, di trovare soluzioni nuove, di riuscire a confezionare un'archtettura magica. Chi vuole ulteriori esempi, può fare un salto in piazza Crimea, a quardare quel capolavoro sinuoso neolibertineggiante che gli stessi architetti hanno pensato in quel luogo. E spero che siate in tanti, perchè se è vero che l'architettura ha una funzione sociale, è altrettanto vero che bisogna che ci sia un'attenzione sociale nei confronti dell'architettura. Meravigliamoci e compiaciamoci per le cose belle e che funzionano, critichiamo e protestiamo per quelle brutte, inutili e non funzionali. 

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